In mutande

L’estate calda del 2011 sarà ricordata come l’inizio della fine del
sogno italiano. Dopo un mezzo secolo abbondante vissuto al di sopra
delle reali possibilità e gli ultimi 17 anni passati al circo, gli
italiani stanno per ritrovarsi in una realtà che neanche immaginano
quanto possa essere dura e cruda.
Pensavamo di aver passato anni difficili ma quelli che ci aspettano
ce li faranno rimpiangere. “Manovre” da decine e decine di miliardi di
Euro (in lire non si può neanche pronunciare) ci attendono nei prossimi
mesi. La speculazione dei Paesi forti ci stritola in una morsa micidiale
che ci costa qualche miliardo a settimana, l’economia a definirla
asfittica è essere ottimisti.
La crudele legge del mercato ci presenta il conto : abbiamo permesso a
spregiudicati piazzisti ed imprenditori corrotti di sperperare il
nostro denaro fino a raschiare il fondo di un barile saccheggiato.
E adesso “bisogna fare i sacrifici”. Bisogna CHI? NOI.
Ed in questo scampolo di estate, nel quale qualcuno tace e qualcun
altro parla troppo, mi coglie la malinconia e la rabbia. Malinconia e
rammarico per un Paese che poteva esistere ma non c’è più o forse non
c’è mai stato. Rabbia cieca per i farabutti che avevano la
responsabilità di condurre un Paese di 60 milioni di persone attraverso
una crisi durissima e che si sono sempre interessati esclusivamente dei
fatti loro. Ora uno tace e l’altro parla – bofonchia – a sproposito.
Finirà anche per loro.